Cambiare società non significa ricominciare da zero

Serie “Capire l’impresa” – Episodio 26 (qui trovi l’episodio precedente)

Ci sono momenti in cui ricominciare sembra la decisione più logica.

La vecchia attività si è complicata negli anni. Sono rimasti problemi con alcuni clienti, rapporti con fornitori diventati difficili, debiti, errori amministrativi, contenziosi oppure semplicemente una struttura che non corrisponde più a ciò che l’imprenditore vuole fare.

Nel frattempo, però, il lavoro c’è ancora. I clienti continuano a chiamare, il mercato esiste e l’imprenditore sa che il problema non è necessariamente ciò che vende.

Così nasce una nuova società.

Un nome diverso, una struttura più semplice, magari soci o ruoli differenti. Si apre un nuovo conto corrente, si firmano nuovi contratti e si ricomincia a fatturare.

All’inizio la sensazione può essere sorprendente.

Finalmente il denaro che entra appartiene al lavoro che stai facendo oggi. I fornitori vengono pagati regolarmente, gli stipendi partono e l’attività sembra avere ritrovato un equilibrio che da tempo mancava.

L’impresa funziona. Ed è proprio in quel momento che può nascere un equivoco.

Pensare che ciò che apparteneva alla vecchia attività sia rimasto definitivamente dall’altra parte.

Non sempre è così.

Cambiare società può essere necessario, utile e in alcuni casi decisivo per costruire un’attività diversa. Ma una nuova partita IVA non possiede il potere di cancellare automaticamente ciò che è successo prima.

Perché il passato di un’impresa non vive soltanto dentro il suo nome.

Può essere rimasto nei debiti, nelle garanzie personali, nei rapporti con le banche, negli impegni assunti dall’imprenditore, nelle contestazioni ancora aperte e nelle conseguenze di decisioni prese anni prima.

E soprattutto continua a esistere nella vita della persona che oggi sta cercando di ripartire.

Ripartire con una nuova società non significa cancellare quella precedente

Quando un’attività ha attraversato anni difficili, separare il nuovo dal vecchio può sembrare quasi naturale.

Da una parte c’è ciò che non ha funzionato. Dall’altra quello che finalmente sta funzionando.

La distinzione può essere corretta anche economicamente. Una nuova impresa può avere clienti migliori, una struttura più sostenibile, costi diversi e prospettive completamente differenti rispetto a quella precedente.

Il problema nasce quando dalla separazione operativa si passa a immaginare una separazione anche delle conseguenze.

Un debito personale dell’imprenditore non scompare perché oggi il reddito viene prodotto attraverso un’altra società. Una garanzia concessa anni prima continua a esistere secondo le condizioni con cui è stata assunta. Una posizione fiscale o contributiva deve essere affrontata indipendentemente dal fatto che nel frattempo l’attività corrente abbia cambiato forma.

Persino alcuni problemi che sembravano appartenere esclusivamente alla vecchia impresa possono tornare a incidere sulle possibilità della nuova.

Non significa che ripartire con una nuova società sia inutile. Significa esattamente il contrario.

Se la nuova attività funziona, rappresenta qualcosa che vale la pena proteggere.

E per proteggerla bisogna sapere cosa, dal passato, può ancora raggiungerla.

Il nuovo conto corrente non divide la vita dell’imprenditore in due

Dal punto di vista dell’impresa, la separazione può sembrare molto netta.

Ci sono nuovi incassi e nuove spese. Il conto è ordinato. I clienti pagano. L’attività corrente produce abbastanza per sostenersi.

Poi arriva una vecchia scadenza.

Oppure una rata relativa a un debito precedente, una richiesta di pagamento, una posizione che sembrava ferma o un impegno personale assunto quando esisteva ancora la vecchia struttura.

Quel pagamento non appartiene all’attività di oggi. Ma il denaro per affrontarlo deve comunque arrivare da qualche parte. Ed è qui che passato e presente tornano a incontrarsi.

L’imprenditore può utilizzare il proprio reddito. Può prelevare risorse dall’attività corrente. Può rinviare una spesa, ridurre un investimento o semplicemente lasciare meno denaro disponibile per i mesi successivi.

Presi singolarmente, questi movimenti possono sembrare gestibili.

Una rata si paga. Poi un’altra. L’azienda continua a lavorare e il problema sembra sotto controllo.

Ma il fatto che un pagamento sia possibile oggi non ci dice ancora se l’insieme dei pagamenti sarà sostenibile domani.

È una differenza che diventa decisiva quando il passato non è composto da un unico problema, ma da molti impegni accumulati in momenti diversi.

Perché la nuova impresa potrebbe essere sana.

E tuttavia trovarsi progressivamente a lavorare anche per qualcosa che non le appartiene.

Ripartire significa sapere cosa ti stai portando dietro

Quando si chiude una fase difficile, la tentazione di guardare soltanto avanti è comprensibile.

Il nuovo lavoro richiede attenzione. Ci sono clienti da seguire, persone da organizzare, fornitori con cui costruire rapporti e un’attività che finalmente sembra avere prospettive migliori.

Tornare continuamente su ciò che è successo prima può sembrare quasi una perdita di tempo.

Eppure, proprio quando il presente comincia a funzionare, diventa importante ricostruire il passato con precisione.

Non per rimanerne prigionieri ma per evitare che torni a presentarsi quando meno ce lo aspettiamo.

Un’impresa può aver cambiato forma più volte nel corso degli anni. Una ditta individuale può essere diventata società. Una società può essere stata chiusa e sostituita da un’altra. Possono essere cambiati soci, amministratori, attività svolte e rapporti con clienti e fornitori.

Ogni passaggio ha una propria storia.

E non tutto ciò che appartiene a quella storia segue necessariamente lo stesso percorso.

Ci sono obblighi che rimangono legati a una società, altri che possono riguardare direttamente le persone, garanzie prestate personalmente, rapporti ancora aperti e situazioni che devono essere verificate prima di sapere quali conseguenze potranno avere.

Per questo la prima domanda non dovrebbe essere soltanto quanto debito è rimasto.

Prima ancora bisogna capire dove è rimasto.

  • A chi appartiene quella posizione?
  • Da quale attività nasce?
  • Chi ne risponde?
  • Esistono garanzie?
  • Ci sono contestazioni ancora aperte?
  • Quali pagamenti sono in corso?
  • Quali situazioni sembrano ferme ma potrebbero produrre conseguenze?

Sono domande meno immediate del saldo complessivo.

Ma senza queste risposte anche una cifra corretta può raccontare molto poco.

Una sola persona può avere molte storie aperte

Dal punto di vista dell’imprenditore, tutto tende inevitabilmente a mescolarsi.

La vecchia società era sua. Quella nuova è ancora sua. Il debito riguarda un’attività che svolgeva lui. Il denaro con cui paga oggi proviene dal lavoro che continua a fare.

È naturale percepire tutto come un unico problema.

Giuridicamente ed economicamente, però, le diverse posizioni possono avere caratteristiche molto differenti.

Ed è proprio questa differenza che bisogna ricostruire.

Immaginiamo un imprenditore che negli anni abbia lavorato prima individualmente, poi attraverso una società e infine abbia avviato una nuova attività.

Potrebbe avere una posizione fiscale riferita alla prima fase, una garanzia personale concessa durante la seconda e una società attuale che non presenta gli stessi problemi delle precedenti.

Visto dalla sua prospettiva, esiste un unico passato da sistemare. Per decidere cosa fare, invece, bisogna scomporlo.

Non per complicare ulteriormente la situazione, ma per fare esattamente il contrario.

Finché tutto rimane dentro una cifra complessiva e indistinta, ogni problema sembra poter arrivare da qualsiasi parte.

Quando le posizioni vengono separate, diventa possibile capire cosa riguarda il presente, cosa appartiene davvero al passato e quali collegamenti esistono ancora tra i due.

È allora che ripartire con una nuova società smette di essere soltanto un cambio di contenitore.

Diventa la costruzione di una separazione consapevole tra ciò che deve continuare e ciò che deve essere affrontato.

Il problema che non si vede è quello più difficile da pianificare

Non tutte le conseguenze del passato si presentano immediatamente.

Alcune sono evidenti:

  • una rata ha una data;
  • una richiesta di pagamento arriva;
  • un creditore telefona;
  • una scadenza compare sul calendario.

Altre rimangono sullo sfondo.

Magari una posizione non viene movimentata da tempo. Un vecchio contenzioso procede lentamente. Una garanzia non ha ancora prodotto effetti. Una somma è conosciuta soltanto in modo approssimativo oppure l’imprenditore ricorda che esiste un problema, ma non ne conosce più con precisione dimensioni e stato.

Finché non succede nulla, è facile considerarlo meno urgente.

L’attività corrente, invece, chiede attenzione ogni giorno e quindi vince.

Il rischio è che il presente venga costruito facendo programmi che presuppongono, implicitamente, che quelle situazioni rimangano ferme.

Si decide un investimento considerando il denaro disponibile, si assume una persona sulla base dei flussi attesi e si programma lo sviluppo dell’attività immaginando determinate risorse per i mesi successivi.

Poi qualcosa del passato torna a muoversi.

A quel punto il problema non è soltanto doverlo affrontare.

È che l’azienda aveva già assegnato quelle risorse ad altro.

Per questo conoscere il passato non significa prevedere con certezza ogni evento futuro.

Significa almeno evitare che una parte importante della situazione economica dell’imprenditore rimanga fuori dalle decisioni che sta prendendo oggi.

Il nuovo va protetto prima che abbia bisogno di essere salvato

Quando una nuova attività comincia a funzionare, l’errore più costoso sarebbe aspettare che i vecchi problemi inizino a comprometterla prima di occuparsene.

Quello è precisamente il momento in cui esiste ancora spazio per ragionare.

L’impresa produce. I clienti ci sono. La struttura corrente può essere sostenibile. Le difficoltà appartengono, almeno in parte, a qualcosa che è accaduto prima.

È una condizione molto diversa da quella di un’azienda che non riesce più a produrre abbastanza per sostenere neppure il presente.

Ed è una differenza da preservare e, per farlo, bisogna evitare due errori opposti.

Il primo è comportarsi come se il passato non esistesse più.

Il secondo è lasciare che il passato diventi il criterio con cui vengono prese tutte le decisioni del presente.

Tra questi due estremi c’è il lavoro più importante: capire esattamente ciò che è rimasto, distinguere le diverse posizioni e valutarne le conseguenze senza confonderle con l’attività che oggi sta funzionando.

Perché ricominciare non significa avere una storia nuova.

Significa conoscere abbastanza bene quella precedente da impedire che continui a scrivere, da sola, anche la successiva.

Ricominciare da zero non è necessario

Forse l’espressione che utilizziamo più spesso quando vogliamo lasciarci alle spalle un periodo difficile è proprio questa.

Ricominciare da zero.

Ma un imprenditore non riparte mai davvero da zero.

Si porta dietro il mestiere che ha imparato, i clienti che ha conquistato, le relazioni costruite, gli errori commessi e una capacità di affrontare i problemi che probabilmente non aveva quando aveva iniziato.

Anche la nuova impresa nasce da quella storia.

Se oggi funziona meglio, spesso è proprio perché qualcosa del passato è servito a costruirla diversamente.

Il problema è che insieme all’esperienza possono essere rimaste altre cose.

E ignorarle non rende più nuovo ciò che stiamo costruendo

Lo rende semplicemente più esposto a qualcosa che non abbiamo ancora messo a fuoco.

Per questo ripartire con una nuova società dovrebbe significare anche fermarsi, a un certo punto, a guardare indietro.

Non per tornare a vivere dentro i problemi precedenti, ma per sapere quali siano realmente conclusi e quali no.

Solo così diventa possibile separare ciò che l’impresa di oggi deve sostenere per funzionare da ciò che appartiene a decisioni, attività e difficoltà precedenti.

È una distinzione importante anche per un’altra ragione.

Quando il presente comincia finalmente a produrre risorse, quelle risorse hanno già un compito.

Devono pagare le persone che lavorano oggi, i fornitori di oggi, le imposte che stanno maturando oggi. Devono permettere all’azienda di sostituire un mezzo, acquistare un macchinario, affrontare un mese più debole o cogliere un’opportunità che arriverà domani.

Una parte potrà servire anche ad affrontare ciò che è rimasto indietro.

Ma non necessariamente tutta quella che il passato reclama.

Perché il fatto che la nuova attività riesca a produrre denaro non significa che possa sopportare qualsiasi peso le venga trasferito.

Prima bisogna sapere cosa esiste. Poi bisogna capire quanto può essere sostenuto.

Sono due problemi diversi.

Uno riguarda il passato che siamo riusciti finalmente a vedere per intero.

L’altro riguarda il futuro che vogliamo evitare di compromettere per sistemarlo.

Cambiare società, quindi, può davvero segnare un nuovo inizio.

Ma il confine non è il giorno in cui viene costituita. Il confine comincia a esistere quando sappiamo distinguere ciò che appartiene alla nuova impresa da ciò che continua ad arrivare dalla precedente.

Solo allora possiamo affrontare la domanda che viene dopo.

Quanto del presente possiamo utilizzare per sistemare il passato senza rischiare di trasformare anche il presente nel prossimo problema da risolvere?

Avatar Enrico Benedetti
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