Serie “Capire l’impresa” – Episodio 13 (qui trovi l’episodio precedente)
Ci sono momenti in cui andarsene sembra l’unica decisione possibile.
Non è sempre una fuga. A volte è il tentativo più sincero di ricominciare. Si cambia città, si cambia casa, si cambia lavoro. Si cerca un posto in cui il rumore degli ultimi anni sia un po’ più lontano e il futuro non assomigli così tanto al passato.
Molti imprenditori, almeno una volta nella vita, hanno provato una sensazione simile.
Non tutti hanno davvero preparato le valigie. Più spesso il cambiamento è meno evidente. Si chiude una porta e se ne apre un’altra. Si accetta un nuovo incarico, si avvia un’attività diversa, ci si concentra su un progetto che assorbe tutte le energie disponibili. Nel frattempo il tempo continua a scorrere e ciò che apparteneva alla vita di prima sembra perdere importanza.
È una reazione profondamente umana.
Quando il presente chiede tutto quello che abbiamo, è naturale dedicargli ogni attenzione. Il lavoro, la famiglia, i figli, gli impegni quotidiani finiscono per occupare ogni spazio disponibile. Guardare avanti diventa quasi una necessità, perché è l’unico modo per costruire qualcosa di nuovo.
Questo, però, non significa che tutto ciò che ci siamo lasciati alle spalle abbia smesso di esistere.
Ci sono questioni che accettano di aspettare. Restano immobili per mesi, qualche volta per anni, dando l’impressione che il tempo le abbia rese meno importanti. In realtà stanno semplicemente seguendo un ritmo diverso dal nostro. Continuano a esistere anche quando smettiamo di pensarci e, quasi senza accorgercene, continuano a produrre conseguenze.
È forse questo uno degli inganni più silenziosi della vita d’impresa.
Siamo abituati a riconoscere i problemi che fanno rumore. Quelli che interrompono una giornata, costringono a prendere una decisione o impongono una risposta immediata. Molto più difficili da vedere sono quelli che non chiedono nulla. Rimangono sullo sfondo, sembrano immobili e, proprio per questo, riescono ad accompagnarci molto più a lungo di quanto avessimo immaginato.
Il tempo non mette ordine da solo
C’è una convinzione che, prima o poi, sfiora quasi tutti.
Pensiamo che alcune situazioni, se smettiamo di alimentarle, finiranno per perdere importanza. Non perché crediamo davvero che si risolveranno da sole, ma perché il tempo ha un modo curioso di cambiare la prospettiva delle cose. Ci abituiamo alla loro presenza, impariamo a conviverci e, poco alla volta, smettiamo di considerarle una priorità.
Nel frattempo la vita va avanti.
Arrivano nuove responsabilità, cambiano gli obiettivi, nascono relazioni, i figli crescono, il lavoro continua a chiedere attenzione. È naturale concentrare le proprie energie su ciò che abbiamo davanti agli occhi. Lo facciamo tutti.
Il problema è che il tempo non distingue ciò che stiamo affrontando da ciò che stiamo semplicemente rimandando.
Le questioni lasciate in sospeso continuano il loro percorso anche senza di noi. Cambiano forma, producono effetti, si intrecciano con altre vicende e, spesso, diventano più difficili da ricostruire proprio perché sono trascorsi molti anni. Non fanno rumore. Non chiedono continuamente attenzione. Aspettano.
Quando tornano a bussare alla porta, raramente si presentano nello stesso modo in cui le avevamo lasciate.
Per questo il tempo è un alleato prezioso quando accompagna una decisione. Diventa invece un avversario silenzioso quando prende il posto della decisione.
Molti imprenditori conoscono bene questa sensazione. Non hanno evitato un problema perché mancavano il coraggio o la volontà di affrontarlo. Semplicemente, ogni anno sembrava esserci qualcosa di più urgente. L’azienda da mandare avanti, una commessa da consegnare, un collaboratore da assumere, un mutuo da pagare, un figlio da crescere.
Così gli anni passano senza che ce ne si accorga davvero.
E un giorno ci si rende conto che ciò che sembrava appartenere a una vita precedente è ancora lì, pronto a chiedere conto del tempo trascorso.
A un certo punto cambia il motivo
Quando siamo giovani, quasi tutto ruota attorno a ciò che dobbiamo costruire.
L’azienda deve crescere, il lavoro deve funzionare, i conti devono tornare. Ogni energia è rivolta in avanti e ogni sacrificio sembra avere un senso perché alimenta un progetto più grande. Si accettano rinunce che, viste da fuori, sembrano incomprensibili. Si lavora nei fine settimana, si rimandano le vacanze, si rinuncia a una parte della propria vita personale con la convinzione che, un giorno, ci sarà il tempo per recuperarla.

Poi, lentamente, qualcosa cambia
Non c’è un momento preciso in cui succede. Accade quasi senza accorgersene. I figli diventano adulti, iniziano a scegliere la propria strada e, osservandoli, ci si scopre a guardare anche la propria con occhi diversi. Le domande non riguardano più soltanto ciò che si riuscirà a costruire, ma anche ciò che si rischia di lasciare.
È in questa fase che molti problemi assumono un significato nuovo.
Non sono più soltanto questioni economiche, amministrative o legali. Diventano capitoli della propria storia che chiedono finalmente di essere chiusi. Non perché qualcuno lo imponga, ma perché si avverte il bisogno di farlo. Per sé stessi, certo, ma anche per chi ci sta accanto.
C’è una forma di responsabilità che arriva con gli anni e che è diversa da quella che accompagna la crescita di un’impresa.
All’inizio ci sentiamo responsabili di ciò che dobbiamo creare. Più avanti iniziamo a sentirci responsabili anche di ciò che lasceremo.
È una differenza sottile, ma cambia il modo in cui si prendono molte decisioni.
Alcune persone affrontano problemi rimasti aperti per decenni non perché improvvisamente abbiano trovato una soluzione, ma perché hanno finalmente trovato una ragione abbastanza forte per cercarla.
Ed è curioso osservare come quella ragione, molto spesso, non abbia nulla a che vedere con il denaro. Ha il volto delle persone che amiamo.
Quello che ci portiamo dentro
Ci sono problemi che nascono da una decisione sbagliata. Altri, invece, nascono semplicemente dal tempo.
Dal tempo che passa mentre ci convinciamo che non sia ancora il momento giusto, che prima o poi le circostanze cambieranno, che la vita ci offrirà un’occasione migliore per affrontare ciò che oggi preferiamo lasciare sullo sfondo.
Qualche volta succede. Molto più spesso siamo noi a cambiare.
Cambiano le nostre priorità, il modo in cui guardiamo il lavoro, il valore che attribuiamo al tempo e alle persone che ci stanno accanto. Cambia perfino il significato che diamo alle stesse vicende che, anni prima, avevamo deciso di lasciare in sospeso.
È allora che ci accorgiamo di una cosa semplice.
Allontanarsi da un luogo è possibile. Farlo da ciò che quel luogo rappresenta, molto meno.
C’è una frase di Radiofreccia (il film di Luciano Ligabue) che, da molti anni, accompagna la mia generazione, forse anche te.
Il senso è che si può partire, cambiare città, ricominciare altrove, ma non è possibile fuggire da sé stessi.
Magari è vero anche per le aziende.
Possiamo cambiare mercato, clienti, sede, collaboratori. Possiamo aprire una nuova attività o provare a lasciarci alle spalle una stagione difficile. Ma ciò che abbiamo rimandato continua a camminare insieme a noi, spesso in silenzio, finché non decidiamo di fermarci e affrontarlo.
Non sempre possiamo scegliere quello che ci è accaduto.
Possiamo però scegliere se continuare a conviverci oppure provare, finalmente, a chiudere un capitolo rimasto aperto troppo a lungo.
Perché le cose che lasci indietro, in realtà, non restano mai davvero dove le hai lasciate.
Continuano ad accompagnarti. Finché non trovi il coraggio di voltarti, guardarle negli occhi e decidere che è arrivato il momento di andare avanti davvero.
